Il gruppo Tekameli è oggi tra i massimi esponenti del cosiddetto cantico gitano, nato tra gli anni ‘60 e ‘70 all’interno della comunità gitana catalana, che vive con fervore una fede evangelica dalla forte connotazione miracolistica, derivata dalla disperata povertà del dopoguerra. Se il flamenco è il blues del popolo gitano, la musica dei Tekameli ne rappresenta il gospel. Benché il flamenco andaluso resti una costante fonte di ispirazione, forti sono gli echi della rumba catalana, che ha influenzato le comunità gitane da quando, sul finire degli anni Cinquanta, essa fece la propria comparsa negli antichi quartieri gitani di Barcellona. Seguendo l’asse familiare formatosi, via clan, tra Barcellona e Arles, Perpignan e Montpellier, la rumba fu adottata dalle comunità gitane catalane; una rumba-flamenco, quindi, pronta a divenire a sua volta una rumba religiosa, di accenti meno spavaldi e sonorità più intime. Affare di cuore e di famiglia, il cantico gitano è la specialità dei Soler e degli Espinas. Rispetto a quello dei loro padri, il repertorio dei figli si è modernizzato e laicizzato, e oggi i testi cantati affrontano anche temi come la droga o l’aids, familiari nel quartiere di Saint-Jacques a Perpignan. Quel repertorio è ripreso e portato nelle strade, intrecciato con tanguillos, moritas, fandangos e altri ritmi di festa. La loro personale declinazione della rumba coniuga l’estasi del cantico gitano con una sensualità travolgente, le forme scintillanti del flamenco "settentrionale" con le influenze caraibiche. I Tekameli sono l’anello di congiunzione tra l’arte degli zingari Manouche, il mito di Django Reinhardt e le profondità insondabili del cante jondo andaluso.
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